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Come ho imparato ad amare New York

Come ho imparato ad amare New York

Una newyorkese espatriata ripensa alla città che una volta chiamava casa e racconta come ha fatto a innamorarsi ancora di lei.

Conosco New York da tutta la vita. Contrariamente alla maggior parte delle persone che sono cresciute fuori città, non ricordo di essere rimasta estasiata la prima volta che ho visto le luci colorate di Times Square, e non ricordo di essermi mai sentita minuscola di fronte ai grattacieli immensi della città; semplicemente, per me, queste cose, erano lì da sempre. Quando mi sono trasferita a Hell’s Kitchen nel 2004 ero la persona più felice del mondo, ma durante il corso degli anni il mio rapporto con New York è cambiato, e l’amore incondizionato si è trasformato in amore-odio; ora il cerchio si è chiuso e il mio sentimento nei confronti della città è di amore soltanto.

Con questo non voglio dire che ho deciso di tornarci a vivere, ma intendo che quando torno a visitare la mia famiglia mi rendo conto che il mio amore per la città è rinnovato, e continua a crescere (in questo, forse, gioca un ruolo fondamentale il fatto che si tratti di una condizione temporanea, e che so che presto tornerò a Milano).

La città è cambiata da quando me ne sono andata. Ho pianto tutte le mie lacrime di fronte al punto di Lincoln Square in cui una volta sorgeva Barnes & Noble: quella libreria era il mio rifugio, il posto in cui andavo quando avevo bisogno di stare da sola e di perdermi nei miei pensieri sfuggendo alla città. Uscivo sempre da lì con qualche libro da aggiungere alla mia personale biblioteca (che ora cresce anche in digitale). Per fortuna c’è ancora la libreria The Strand! Una benedizione e una maledizione al tempo stesso, perché ogni volta che ci vado voglio comprare tutto… specialmente i libri da un dollaro! Resto diverse ore a esaminare i libri sugli scaffali – è difficile portare nuovi libri con me in Italia, dato lo spazio e il peso prezioso che occupano nella valigia. Se compro qualcosa, metto dentro uno zaino che porto con me sull’aereo i nuovi acquisti, insieme ai libri che per anni sono rimasti a prendere polvere sulla mia libreria in casa dei miei genitori.

Non sono mai stata molto “sul pezzo”, una di quelle newyorker che conosce il locale più in voga del momento, e non saprei dire se in qualche via defilata di Nolita ci sia una certa galleria d’arte. Per quanto riguarda il cibo e il teatro però, posso dire con orgoglio di essere riuscita a scavare più a fondo e ad andare oltre la superficie.


Times Square

Quando passo da Times Square, il cuore pulsante del Theater District, e vedo i turisti in fila che vengono in città per un giorno per vedere uno spettacolo di Broadway, penso immediatamente a una delle ragioni per cui ero più felice di trasferirmi a New York: vivendo in città avrei finalmente potuto andare a teatro a vedere uno spettacolo senza dover occupare in qualche modo il resto della giornata. Non dovevo più ammazzare il tempo dopo essermi assicurata un rush ticket o un biglietto scontato; potevo tranquillamente tornarmene a casa, e uscire di nuovo un quarto d’ora prima dell’inizio dello spettacolo (o almeno, così avrei potuto fare, se non fossi la persona ansiosa che sono). Penso a tutti gli spettacoli che ho visto: alcuni, come Wicked e  Chicago, riscuotono ancora un enorme successo, Hamilton è già un classico, e altri come School of Rock se la cavano bene, ma non è detto che saranno ancora in scena quando tornerò l’anno prossimo.

E come non parlare del cibo di New York! Ogni volta che torno in città non posso fare a meno di andare almeno tre volte da Shake Shack di Madison Square Park (per quanto ami Milano e il suo cibo, l’hamburger di Shake Shack con le patatine fritte al formaggio è impareggiabile). Mi fa sorridere pensare che a Hell’s Kitchen, il quartiere in cui vivevo, resista WonDee Siam sulla Nona, così come resistono  Kashaval e Casellula, mentre non conosco affatto i nuovi ristoranti sulla Restaurant Row (fatta eccezione per lo Shake Shack della zona).

Posso ancora comprare i tacos al Deli messicano Tehuitzingo sulla Decima, Empellon si è ingrandito da quando me ne sono andata e Cosme ha alzato ulteriormente la posta in gioco sul tavolo del cibo messicano in città. Chinatown sarà sempre un’ottima meta per del buon cibo cinese, ma qualunque newyoker sa che il miglior cibo cinese della città si trova a Flushing nel Queens, e che per la pasta e per il vero cibo italiano bisogna andare ad Arthur Avenue nel Bronx, la vera Little Italy.

È stato strano attraversare Grand Central Terminal e vedere che i mercatini di Natale si trovano soltanto da un lato della Vanderbilt Hall perché dall’altra parte c’è permanentemente la Great Northern Food Hall.

Last but not least, Central Park è sempre lì, inossidabile e magico, e occuperà sempre un posto speciale nel mio cuore. Quando vivevo in città iniziavo la giornata con una corsa intorno al resoivoir di Central Park, e mi sono allenata sui suoi vialetti per due maratone; lo attraversavo sempre per passare dall’East Side al West Side e viceversa, e ho trascorso molti weekend sdraiata su una coperta nello Sheep’s Meadow.

New York mi ha resa quella che sono, e sarà sempre parte di me. New York mi ha resa anche una persona esigente, ha elevato le mie aspettative: da quando me ne sono andata, mi sono trovata in un’infinità di situazioni durante le quali mi sono detta “questo non sarebbe mai successo a New York”. Ma non ci penso più di tanto, perché non è più là che vivo.

E va benissimo così, perché in questo modo mi sono innamorata di nuovo di New York.

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