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L’Ultima Cena di Leonardo: 6 cose che non sapevi

L’Ultima Cena di Leonardo: 6 cose che non sapevi

Scopriamo insieme alcuni aspetti meno noti e molto interessanti del capolavoro di Leonardo da Vinci

Molti bambini milanesi cresciuti negli anni ‘90 ricorderanno le domeniche pomeriggio al Museo della Scienza e della Tecnica, le visite con la scuola alla Pinacoteca di Brera, i film Disney al Cinema Nuovo Arti, e la coda chilometrica in Santa Maria delle Grazie per vedere il Cenacolo di Leonardo da Vinci: oggi è facile ammirare il capolavoro di Leonardo, ma prima era necessario chiamare in biglietteria, segnarsi in una lista d’attesa lunga mesi e aspettare il proprio turno pazientemente in fila nel giorno stabilito.

L’Ultima Cena fu commissionata a Leonardo da Vinci da Ludovico il Moro: il duca di Milano intendeva abbellire la chiesa di Santa Maria delle Grazie per celebrare la casata degli Sforza. Leonardo iniziò a lavorare alla decorazione del refettorio e si stabilì nella Casa degli Atellani durante tutto il periodo in cui lavorò all’Ultima Cena.
Tutti conoscono l’importanza artistica e simbolica del Cenacolo, e molti sono convinti di conoscerne i segreti più arcani grazie a Dan Brown, ma ci sono alcuni aspetti del capolavoro di Leonardo di cui non tutti sono a conoscenza.

Ecco dunque alcune cose che (forse) non sapevi sull’Ultima Cena.

 

1. L’Ultima Cena è rappresentata in modo volutamente anacronistico

Leonardo scelse di ambientare la cena più famosa del mondo a Milano nel XV secolo. La tavola a cui siedono Gesù e gli apostoli, così come gli utensili e le tovaglie, sono stati dipinti prendendo come modello proprio quelli del refettorio di Santa Maria delle Grazie. In questo modo la tavola del Cenacolo diventava a tutti gli effetti una delle tavole della mensa e Cristo e gli apostoli cenavano insieme ai monaci domenicani di Santa Maria delle Grazie.

2. Johann Wolfgang Goethe si innamorò del Cenacolo

L’autore de I dolori del giovane Werther visitò il refettorio di Santa Maria delle Grazie nel 1788, mentre tornava verso Weimer dopo il suo viaggio in Italia durato due anni. Goethe non apprezzò il capoluogo lombardo (addirittura definì il Duomo «un’assurdità»), ma rimase letteralmente in estasi di fronte all’Ultima Cena di Leonardo: intraprese studi approfonditi a riguardo ed elaborò l’idea di scrivere un’opera per celebrare Leonardo e il suo capolavoro. Il saggio che ne seguì venne pubblicato nel febbraio del 1817 con lo scopo di rendere accessibile l’opera di Leonardo a un pubblico più vasto possibile.


Il refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano dove è dipinta l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Photo credit: Dimitris Graffin via Visualhunt.com / CC BY

3. L’italianità dell’Ultima Cena

Il Cenacolo rappresenta un momento di enorme turbamento: la pace e la convivialità della situazione sono appena state sconvolte dall’annuncio che qualcuno, uno tra i presenti, tradirà il Maestro. Lo sconcerto che pervade gli animi degli apostoli si riflette nel loro modo agitato di gesticolare. Un espediente, secondo Goethe, al quale soltanto «un italiano poteva ricorrere»; come scrive nel saggio sul Cenacolo di cui abbiamo appena parlato, il corpo degli italiani «è pieno di spirito, tutte le membra partecipano a ogni espressione del sentimento, della passione e persino del pensiero». Notiamo per esempio Pietro, il più lontano da Gesù, che si protende in avanti e afferra con la mano sinistra la spalla destra di Giovanni, come per incitarlo a chiedere spiegazioni su chi sarà il traditore; Giacomo si piega all’indietro costernato e allarga le braccia, Filippo si batte il petto per dimostrare la propria innocenza, mentre Taddeo è rappresentato con una mano a mezz’aria pronta a colpire l’altra appoggiata sul tavolo sul dorso, come a dire “Lo sapevo!”. Giuda, il traditore, è defilato rispetto al resto del gruppo: il suo volto è in ombra e nella mano destra stringe la sacca con i trenta denari vigliaccamente guadagnati.​

4. Una serie di restauri sfortunati: un cialtrone, un incapace e il generale inetto di Napoleone

Leonardo impiegò una tecnica molto scrupolosa e particolare per dipingere il Cenacolo: utilizzò tempere grasse dopo aver steso con ferri caldi una miscela di mastice e pece per ottenere un fondo completamente liscio, e uno strato sottile di biacca e argille gialle. Proprio a causa del procedimento utilizzato, il colore si seccò molto presto e, complice l’umidità del refettorio, l’affresco cominciò a deteriorarsi e a richiedere interventi di restauro già pochi anni dopo la sua realizzazione. È grazie al restauro del 1977 che noi oggi possiamo ammirare l’Ultima Cena: coloro che intervennero sull’affresco prima di allora non fecero altro che peggiorare la situazione. In particolare,  nel 1726, Michelangelo Bellotti si offrì di restaurare il Cenacolo e raggirò i monaci promettendo loro di utilizzare un prodotto miracoloso che avrebbe riportato l’opera al suo antico splendore. Il risultato fu tutt’altro che soddisfacente e, quattro anni dopo, l’incarico venne affidato a Pietro Mazza, un pittore di scarsa fama e ancor meno talento che imbrattò il capolavoro di Leonardo. Come se non bastasse, quando nel 1796 le truppe francesi varcarono le porte di Milano, Napoleone si recò immediatamente a visitare il Cenacolo: dispose che la sala fosse chiusa per preservare l’opera, ma un generale che non aveva recepito il comando fece sfondare la porta del refettorio e lo adibì a stalla.
Nell’aprile 2017 è stato annunciato un progetto di restauro ambientale per l’igienizzazione del microclima dell’Ultima Cena; il restauro sarà reso possibile grazie a un fondo in parte finanziato da Eataly, il colosso che esporta l’eccellenza del cibo italiano.


Particolare del Cenacolo in cui si nota il gesticolare concitato dell’apostolo Taddeo. Photo credit: Dimitris Graffin via Visual Hunt / CC BY

5. Il Cenacolo come rappresentazione del Cosmo: astrologia e occultismo

Come tutti sanno Leonardo da Vinci non era solo un pittore, ma anche uno scienziato, un inventore, un matematico, e oltre alla botanica e alla filosofia, studiava astrologia e occultismo. Sappiamo grazie al Codice Atlantico che questi ultimi due campi occupavano un posto di rilievo nei suoi studi (del resto nella cultura rinascimentale l’astrologia era molto presente, e molte materie “fredde” come la matematica erano intrise di esoterismo e magia); non stupisce quindi che il Cenacolo possa essere letto anche come una rappresentazione del sistema solare e dello zodiaco, dove ogni apostolo è dipinto secondo le caratteristiche archetipiche del segno astrale a cui corrisponde. Per esempio, l’apostolo Tommaso è dipinto in corrispondenza del pianeta Mercurio e del segno della Vergine, Pietro nella posizione di Giove e del Sagittario. Il capo degli apostoli e fondatore della Chiesa è descritto nei Vangeli come un uomo dalla grande nobiltà d’animo, ma instabile e incerto proprio come il segno di fuoco che rappresenta; è rappresentato nell’atto di scattare in piedi, dinamico come la freccia che scocca dall’arco del Sagittario. Giuda invece è lo Scorpione, nella posizione di Marte, un segno infedele che rappresenta disintegrazione e morte; le sue dita sono contratte come le tenaglie dello scorpione pronte ad attaccare. Gesù infine è il Sole che con la sua luce divina illumina la scena e l’universo.

6. L’Ultima Cena nella pop art

Italo Calvino diceva che un classico «non ha mai finito di dire quel che ha da dire», e se questo vale per i romanzi vale certamente anche per le opere d’arte. Esistono infatti innumerevoli copie dell’Ultima Cena, realizzate con altrettante tecniche da diversi artisti nel corso dei secoli. Giacomo Raffaelli, per esempio, ne realizzò una copia a mosaico per Napoleone, mentre nella Cappella di Santa Kinga è possibile ammirare l’Ultima Cena scolpita nella roccia della Miniera di sale di Wieliczka. Anche molti importanti artisti contemporanei hanno reso omaggio al capolavoro di Leonardo: risale agli ultimi anni di vita di Andy Warhol 60 Last Supper, mentre nel 1998 George Chakravarthi — che con le sue opere mette in luce la bellezza della diversità sia culturale che di genere — posò nudo nei panni di Cristo circondato da 12 donne in sari durante la performance Resurrection. Anche David Lachapelle, artista noto per le sue fotografie caratterizzate da soggetti irriverenti, accostamenti provocatori e dissacranti, e colori accecanti, ha re-interpretato l’Ultima Cena all’interno del ciclo Jesus is My Homeboy: Cristo è vestito con i colori dell’originale leonardiano ma ha il collo tatuato, gli apostoli sembrano gangster e sulla tavola apparecchiata con una cerata si notano hamburger e bottiglie di birra.


Foto della performance “Resurrection” di George Chakravarthi. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Resurrection_by_George_Chakravarthi.jpg#/media/File:Resurrection_by_George_Chakravarthi.jpg

Puoi prenotare una visita al Cenacolo Vinciano direttamente qui:

Fonti:

J. W. Goethe, Il Cenacolo di Leonardo, Abscondita, Milano 2004 con postfazione di M. Carminati.

P. C. Marani, Il Genio e le Passioni. Leonardo e il Cenacolo, Skira, Milano 2001.

F. Berdini, Magia e astrologia nel Cenacolo di Leonardo, Bulzoni, Roma 1982 con saggio critico di F. Mei.

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